Una domenica di metà marzo, una giovane ragazza stringe forte la mano del suo fidanzato, un bel ragazzo alto e dallo sguardo gentile.
Sono giovani, non hanno nemmeno finito la scuola: a dir la verità, sono tutti e due un po’ somari. Ma lui, da qualche mese, ha cominciato a lavorare part time per tirare su qualche soldo ("Mi serviranno", ci ha detto ) e lei ha portato una pagella tra i molti sei fioccava anche qualche sette.
Sono belli, sono giovani, non hanno niente se non questo piccolo amore e questa grande cosa che sta accadendo.
Fuori dalla sua stanza, un vociare giovane, un suono di passi veloce, qualche sospiro ansioso.
Ma nella piccola stanza verde, tutto è perfetto: lei sorride, risponde al telefono chiedendo:”Come stai?”, il suo make up è perfetto, le lenti a contatto pure. Lui non la vedrà mai in versione talpina, i suoi capelli saranno sempre lucenti, perfettamente acconciati con una graziosa fascetta che li tiene ordinati.
Il fidanzato dallo sguardo gentile cerca di fare quello che gli hanno detto: la accarezza e la stringe forte, le tiene una mano sulla schiena e le sorride.
A lei basta solo quello.
Fuori dalla stanza, a 500 km di distanza, una donna di 32 anni, sposata, laureata, perfetta figlia, meno perfetta moglie, ma comunque con una vita ordinata e scadenzata dagli eventi che tutti si aspettano che, prima o poi, ti capitino, piange ogni lacrima che puo’.
Piange la fine di qualcosa, che nemmeno lei capisce bene che cosa sia.
Piange una bambina che non è più bambina, piange per le cose che non potranno più essere, piange per una paura che lei non conosce e che non è detto che conoscerà, piange per una piccola donna che fiorisce mentre lei è troppo lontana.
Piange per tutte le volte che non è stata capace di parlare con il cuore, troppo occupata a fare confronti tra la lei bambina e la giovane donna che le si parava davanti. Troppo diversa, troppo frivola rispetto a quella se stessa di tanti anni fa, una se stessa ligia al dovere, sempre attenta, sempre in linea con le aspettative altrui. Lei era già vecchia, quando era giovane: per questo non comprendeva la sana leggerezza dell’adolescenza e perdeva tempo ad indicare, con quel dito inflessibile, la via giusta e dritta .
Piange perché questo suo essere inflessibile non le ha permesso di essere complice, non le ha permesso di essere amica, non le ha permesso di essere d’aiuto a una creatura che lei ama con tutto il cuore.
E così, mentre la donna grande, ma piccola dentro, piange ogni lacrima, la donna piccola, ma immensamente più grande dentro, dà alla luce suo figlio, mentre il suo fidanzato le sorride: un figlio non cercato ma voluto, fin da quando era una piccola luce intermittente sul monitor.
E fu così, che la giovane donna e il suo giovane fidanzato diventarono splendidi genitori.
E una donna lontana, una prozia un po’ più consapevole.
Sono giovani, non hanno nemmeno finito la scuola: a dir la verità, sono tutti e due un po’ somari. Ma lui, da qualche mese, ha cominciato a lavorare part time per tirare su qualche soldo ("Mi serviranno", ci ha detto ) e lei ha portato una pagella tra i molti sei fioccava anche qualche sette.
Sono belli, sono giovani, non hanno niente se non questo piccolo amore e questa grande cosa che sta accadendo.
Fuori dalla sua stanza, un vociare giovane, un suono di passi veloce, qualche sospiro ansioso.
Ma nella piccola stanza verde, tutto è perfetto: lei sorride, risponde al telefono chiedendo:”Come stai?”, il suo make up è perfetto, le lenti a contatto pure. Lui non la vedrà mai in versione talpina, i suoi capelli saranno sempre lucenti, perfettamente acconciati con una graziosa fascetta che li tiene ordinati.
Il fidanzato dallo sguardo gentile cerca di fare quello che gli hanno detto: la accarezza e la stringe forte, le tiene una mano sulla schiena e le sorride.
A lei basta solo quello.
Fuori dalla stanza, a 500 km di distanza, una donna di 32 anni, sposata, laureata, perfetta figlia, meno perfetta moglie, ma comunque con una vita ordinata e scadenzata dagli eventi che tutti si aspettano che, prima o poi, ti capitino, piange ogni lacrima che puo’.
Piange la fine di qualcosa, che nemmeno lei capisce bene che cosa sia.
Piange una bambina che non è più bambina, piange per le cose che non potranno più essere, piange per una paura che lei non conosce e che non è detto che conoscerà, piange per una piccola donna che fiorisce mentre lei è troppo lontana.
Piange per tutte le volte che non è stata capace di parlare con il cuore, troppo occupata a fare confronti tra la lei bambina e la giovane donna che le si parava davanti. Troppo diversa, troppo frivola rispetto a quella se stessa di tanti anni fa, una se stessa ligia al dovere, sempre attenta, sempre in linea con le aspettative altrui. Lei era già vecchia, quando era giovane: per questo non comprendeva la sana leggerezza dell’adolescenza e perdeva tempo ad indicare, con quel dito inflessibile, la via giusta e dritta .
Piange perché questo suo essere inflessibile non le ha permesso di essere complice, non le ha permesso di essere amica, non le ha permesso di essere d’aiuto a una creatura che lei ama con tutto il cuore.
E così, mentre la donna grande, ma piccola dentro, piange ogni lacrima, la donna piccola, ma immensamente più grande dentro, dà alla luce suo figlio, mentre il suo fidanzato le sorride: un figlio non cercato ma voluto, fin da quando era una piccola luce intermittente sul monitor.
E fu così, che la giovane donna e il suo giovane fidanzato diventarono splendidi genitori.
E una donna lontana, una prozia un po’ più consapevole.




